©LucreziaRoda_Cortesi-Gallery_Lugano_DYN

PARADE

Chiara Dynys

Giuseppe Panza di Biumo ha definito Chiara Dynys “artista della luce”, e la mostra oggi presentata presso la Galleria Cortesi di Lugano ne è una conferma.

Luce proiettata o luce emanata dal colore della materia, l’artista propone una selezione di opere recenti insieme ai primi esemplari di una serie inedita.

I libri della serie Tutto (dal 2015) ci si mostrano aperti sulle loro pagine spiccano a rilievo due parole dai significati opposti che così accoppiate si neutralizzino a vicenda, inducendo una riflessione su quella estrema “vanità del tutto” di leopardiana memoria. Enlightening books, (dal 2010), opera costituita da 20 elementi in vetro opalino, sabbiati e dipinti a mano in differenti tonalità di bianco, sono anch’essi libri, visti non più aperti per la lettura ma dal dorso, ritti e allineati come in una biblioteca. Chiusi alla lettura ma retroilluminati, nella loro indiscutibile eleganza essi valgono anche come metafore visive, ci parlano della conoscenza come luce che svela, che porta alla verità, e che supera anche le ambiguità nascoste nel linguaggio.

Fluo S.T. apre alla serie inedita sopra accennata, progettata nel 1996 e realizzata per questa occasione espositiva. Come per Tutto, anche qui viene usato il metacrilato, un prodotto industriale molto malleabile, che si adatta ad assumere ogni diversa forma e le più diverse colorazioni, anche le più vive. Se i Books emanano letteralmente luce nell’ambiente, intervenendo attivamente nella sua percezione, nei Fluo essa è da vedere trattenuta nella materia colorata da dove emerge come luminescenza, alone o traccia. I Fluo S.T. si presentano infatti come cornici in plexiglas fluorescente che inquadrano superfici rettangolari dello stesso materiale sulle quali si inscrivono inserti specchianti. Questi sembrano feritoie, aperture su un altrove che però non c’è perché l’occhio dell’osservatore che vi si avventuri da vicino si vedrà rimandare solo il suo stesso sguardo. La presenza dello specchio è ricorrente nel lavoro di Chiara Dynys, quasi al pari della luce, e se a questa è assegnata una funzione potenzialmente perturbante il processo della percezione, lo specchio ci rimanda al qui-e-ora in cui siamo calati, al nostro drammatico esserci. 

A concludere questa breve Parade degli ultimi esiti dell’artista, la scultura Giuseppe’s Door in vetro di Murano. Essa ripete in dimensioni medie la porta monumentale che Chiara Dynys ha installato nel parco di Villa Panza a Varese. 

 

Giorgio Verzotti

Installation view, Parade, Chiara Dynys, curated by Giorgio Verzotti, Cortesi Gallery Lugano 2021.
Installation view, Parade, Chiara Dynys, curated by Giorgio Verzotti, Cortesi Gallery Lugano 2021.

Photo by Lucrezia Roda

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Installation view, Parade, Chiara Dynys, curated by Giorgio Verzotti, Cortesi Gallery Lugano 2021.
Installation view, Parade, Chiara Dynys, curated by Giorgio Verzotti, Cortesi Gallery Lugano 2021.

Photo by Lucrezia Rodae

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Installation view, Parade, Chiara Dynys, curated by Giorgio Verzotti, Cortesi Gallery Lugano 2021.
Installation view, Parade, Chiara Dynys, curated by Giorgio Verzotti, Cortesi Gallery Lugano 2021.

Photo by Lucrezia Roda

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Installation view, Parade, Chiara Dynys, curated by Giorgio Verzotti, Cortesi Gallery Lugano 2021.
Installation view, Parade, Chiara Dynys, curated by Giorgio Verzotti, Cortesi Gallery Lugano 2021.

Photo by Lucrezia Roda

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Giorgio Verzotti racconta Chiara Dynys

Ho visto per la prima volta le opere di Chiara Dynys a metà degli anni ottanta, pittura astratta segnica, presto superata in favore della ricerca di moduli astratti, su grandi dimensioni, col risultato di elaborare superfici quasi monocrome. Nessuna concessione, niente di estetizzante; era l’epoca del recupero di poetiche che gli anni Ottanta transavanguardisti avevano messo in sordina. A me pareva che il lavoro di Chiara Dynys rientrasse perfettamente in quelle tendenze generali e internazional i cui protagonisti erano, fra gli altri, John Armleder, Helmut  Federle, naturalmente Peter Halley per il quale si era coniata la formula Neo Geo. Anche fra i pittori italiani emergevano ricerche analoghe (ma non li cito).

L’opera dall’inizio ha captato l’attenzione dei critici più influenti di allora, da Bonito Oliva a Pierre Restany a Filiberto Menna, ma stranamente io mi scontravo col parere dei critici miei coetanei, che alla Dynys hanno subito fatto la guerra, e per lo più non per ragioni di poetica, la diffidenza si riversava piuttosto sulla persona. Troppo avvenente, troppo ricercata nel vestire, troppo lontana dai clichè comportamentali in voga nel mondo dell’arte, dove da sempre domina lo stile finto-povero e dove le artiste soprattutto erano tenute a un certo rigore. Va bene fumare, dire parolacce e vestirsi male, non va bene fare shopping in boutique e andare dal parrucchiere chic, assolutamente no. Eppure il lavoro non aveva niente di chic, tele enormi e stesure di vernici industriali, resine, smalti, un lavoro faticoso e oltretutto anche molto maschile.

Poi il lavoro è andato avanti e sono arrivate le disseminazioni di elementi discreti a parete e nello spazio e l’adozione dei materiali più diversi, plastica, vetro, sapone, velluti e altri tessuti logori; l’opera si apriva all’ambiente e diventava installazione. Le tecniche erano le più avanzate ma anche le più antiche e tradizionali, stucchi, finto marmo, tutto imparato dagli artigiani a cui l’artista si rivolgeva. Cominciavano ad arrivare le prima gallerie importanti, Ars Futura a Zurigo, Galerie de France a Parigi, poi anche in Canada e a New York. Anche in Italia, alcune gallerie di punta cominciavano ad interessarsi ad un lavoro sempre più variegato, sempre nuovo, a volte sorprendente proprio per la scelta dei materiali e per le soluzioni formali inventate.

La stampa registrava puntualmente, Flahs Art per esempio ha sempre dedicato attenzione a Chiara Dynys, perfino la bibbia dell’arte contemporanea, Artforum, da New York recensiva volentieri le sue mostre, e lo fa tuttora, a differenza di quel che fa con tanti suoi colleghi italiani.

Eppure, niente, quello strano ostracismo continuava, anche in un Paese come il nostro, dove una artista diventa importante se qualcuno di autorevole ha detto che lo è : è bravo perche quel tal museo ha acquisito la sua opera; è bravo perché ha partecipato a una delle cento Biennali sparse per il mondo, e così via. Quante ne ho sentite di simili peregrine motivazioni, e sempre mi chiedevo perchè Chiara Dynys non rientrasse mai o quasi nella rosa degli acclamati dall’Opinione Comune. Questo, sempre da parte dei critici della mia generazione e dei più giovani, cioè da quelli più impegnati nella militanza anche per ragioni appunto generazionali. Era come se l’opera di Dynys non fosse mai al passo coi tempi. Avevo il sospetto che quello che si faceva passare ad altri fosse sempre impedito a lei, nel senso che vedevo, e vedo, lavori ben peggiori dei suoi venire acclamati senza condizioni.

Che sia stata emarginata non si può dire data la mole di mostre, di cataloghi, di testi critici scritti per lei, di articoli, di interviste su riviste di settore e giornali di grande tiratura; ma certo è stata ampiamente snobbata. Ricordo le inutili battaglie per includerla in mostre organizzate da importanti musei a cui ho partecipato, o alla Biennale di Venezia nel 1997 o in altre mostre collettive che volevano rappresentare le tendenze dell’epoca.

Formalista, ecco il capo di imputazione. Ricordo le parole di una mia collega davanti a due lavori di Dynys, denunciate aspramente come puri esercizi formali di nessun interesse in un’epoca in cui bisognava intervenire con uno spirito critico nei confronti del reale. Erano gli anni che seguirono le estetiche postmoderne, un tempo vissute come liberatorie e poi bollate come reazionarie e disimpegnate. Chiara Dynys è “solo” una formalista.

 

Anche io trovo che alcune opere o cicli di opere di Chiara Dynys siano risolte formalmente ma non molto concettualmente, non ho mai fatto mistero del mio pensiero in proposito. Alcune, però. Nella maggior parte dei casi, e ormai l’opera è vastissima, con le forme lei comunica qualcosa, con la sua propensione all’ambiguità nei messaggi e al gioco degli inganni percettivi lei punta il dito sui meccanismi psicologici che creano la nostra alienazione. Non a caso ha fatto diversi riferimenti a Samuel Beckett, attraverso citazioni dirette o per allusioni, non a caso usa tanti mezzi espressivi, dalla fotografia “manipolata” al video al film, per mimare criticamente il bombardamento informazionale che subiamo quotidianamente dall’impero dei segni, dal sistema mass-mediale in cui tutta la nostra vita è calata.

Certo, questo continuo tentativo disalienante avviene all’insegna della buona forma, per dirla con Paul Klee, dell’euritmia, in somma della bellezza. Le opere di Chiara Dynys non sono mai aggressive, non c’è Carolrama nel suo DNA artistico, c’è una propensione a creare opere apparentemente suadenti, colorate, gioiose, gratificanti, ma tutto solo apparentemente, perche sono tutte percorse da un sottile veleno, metaforicamente parlando, come succede fuori di metafora con i suo “Poisoned Flowers”.

 

Oggi però la rilevanza quantitativa delle opere consente di leggervi delle linee tematiche che emergono con chiarezza coerente pur nella diversità delle scelte dei linguaggi, lo abbiamo segnalato nel libro edito da Skira nel 2020 della pandemia. Forse anche la precedente monografia, edita da Allemandi, nella sua analisi sulla totalità di un lavoro ormai più che trentennale ha contribuito a far conoscere in modo non superficiale il complesso dell’opera dell’artista, che si è rivelata non essere unicamente devota alla vita delle belle forme.

E’ forse per questo che l’attenzione per il lavoro comincia a trovare estimatori anche presso coloro che prima mi chiedevano stupiti perche continuo ad occuparmi di Chiara Dynys; a questi chiedevo sempre se conoscessero davvero il lavoro, e nella maggior parte dei casi non lo conoscevano. Spazi pubblici e privati, galleristi, critici e curatori, giornalisti, collezionisti prestigiosi hanno contribuito a vincerla sulle idee preconcette e a consentire una lettura non condizionata dell’attività di un’artista che dalla metà degli anni Ottanta non ha mai smesso di offrire contributi importanti al cammino dell’arte italiana.

Quanto a lei, all’artista vestita e pettinata come una mannequin, un suo collega importante e affidabile che l’ha conosciuta solo di recente mi ha detto  “è più sofisticata di quello che sembra”. Quindi, attenzione.